La presenza del coach

La presenza del coach

di Giuseppe Petrosino.

La presenza del coach, l’ascolto attivo, l’accoglienza, la responsabilità sul processo, in estrema sintesi: esserci qui ed ora.
In un percorso di coaching probabilmente la responsabilità maggiore di un coach è quella di garantire la propria presenza completa, dedicata al cliente e non velata da altro che, necessariamente, deve rimanere fuori dalla relazione di coaching.

E’ davvero possibile e utile per un coach lasciar fuori dalla sessione di coaching parti di sé?

L’utilizzo del sé per un coach è probabilmente il suo strumento fondamentale. Ma come è possibile usare se stessi lasciando fuori distorsioni interpretative che spingerebbero il percorso del coachee verso una direzione soggettivamente suggerita o peggio, consigliata dal coach?

Credo che la conoscenza di sé stessi sia una pratica che il coach deve rispettare con una dedizione che non ammette deroghe, è forse la prima responsabilità che ha nei confronti dei propri clienti. Quando penso all’uso di sé stessi come uno strumento, la metafora che più mi piace è la metafora di uno strumento musicale. Un violino non è un elemento neutro, i suoi legni, le corde, l’archetto utilizzato, la sua età, eventuali shock che ha subito negli anni e che ne hanno modificato la struttura, compongono il timbro di quel violino, proprio quello, diverso da tutti gli altri, sebbene violino come tutti gli altri. Conoscere le caratteristiche che formano il timbro del proprio strumento ed utilizzarle al meglio, per dare un effetto che sia al servizio della realizzazione di una bella esecuzione, è parte fondamentale del mestiere del musicista.

Allo stesso modo io credo che un coach debba lavorare permanentemente su se stesso per conoscersi come se fosse il proprio violino per essere in grado di “usarsi” al servizio dei propri clienti, solo così l’esecuzione del percorso di coaching diventerà una bella esecuzione, bellezza che è condizione indispensabile all’efficacia del percorso.